I colori della vergogna

Il tema di Ramé da febbraio a giugno 2026

La vergogna è già una rivoluzione (Karl Marx)

Maledetti! Che vergogna! Che Vergogna! (Totò)

Vergogna! Siamo ancora in grado di dirlo? A noi stessi e agli altri? Di cosa e per cosa o per chi proviamo vergogna oggi? Di cosa avevamo un tempo vergogna e oggi non più?

L’ emozione della vergogna è cambiata nel tempo, risentendo inevitabilmente dei profondi cambiamenti culturali, sociali, etici e del costume intervenuti. “Non essendoci più istituzioni in grado di definire autorevolmente la vergogna, creando consenso e condivisione intorno a questa definizione”, come sostiene la sociologa Gabriella Turnaturi, “si instaura quella che chiameremo vergogna fai da te. Ognuno stabilisce autonomamente, o almeno crede di stabilire, di che cosa debba vergognarsi o meno”. Così la vergogna assume molte sfumature, tanti colori. La vergogna è personale ma anche sociale, forse la più sociale tra le emozioni. Essa influenza profondamente le nostre relazioni: talvolta paralizza, talaltra si può trasformare in indignazione e ribellione. In ogni caso dalla vergogna emergono interrogativi e provocazioni. I social diffondono esponenzialmente immagini, pensieri, opinioni e stati d’animo espressi spesso senza ritegno, con la protezione di uno schermo che neutralizza lo sguardo altrui. La vergogna che gli stessi social provocano talvolta fa molto male alle persone fino, in alcuni casi, a condurre ad atti estremi. Sempre la vergogna nasconde qualcosa: una parte del corpo, un pensiero o un sentimento, una malattia, un tabù inaffrontabile. La vergogna è strettamente connessa (alimentata e, a sua volta, generatrice) al senso di colpa e al giudizio, su noi stessi o proveniente dagli altri. Il termine trentino Rispet richiama atteggiamenti di riserbo e timidezza, autocensura preventiva, ritegno, onore…forse vergogna. Raschiare la crosta di questa emozione può essere doloroso ma ci può permettere di comprendere meglio le radici culturali, etiche personali e sociali delle nostre relazioni per renderle più autentiche. 

La dimensione politica della vergogna è altrettanto significativa. Consideriamo oggi accettabili comportamenti di personaggi pubblici e leader – a livello locale come mondiale – che, senza vergogna alcuna, pensano, si esprimono e agiscono in modi ingiustificabili sul piano etico. Se le coscienze – dinanzi a soprusi, persecuzioni e genocidi – tollerano tali situazioni e le loro pretestuose giustificazioni, provare ed esprimere vergogna diventa allora un atto di provocazione proprio delle coscienze assopite. E come tale, politico. 

Essendo la vergogna un’emozione, laddove non risultano efficaci ragionamento e dialettica,può avere uno spazio l’arte? Essa è autenticamente tale quando non si conforma al pensiero, al costume, alle mode correnti ma li provoca, trasgredisce anticipando nuove visioni. Letteratura (si pensi, tra le tante opere, al romanzo del premio Nobel J.M. Coetzee intitolato proprio Vergogna), arti visive (da Goya al film omonimo di Ingmar Bergman), teatro (da Eschilo alla Signorina Else di Arthur Schnitzler a interessanti opere contemporanee anche italiane), cinema (ad esempio, This must be the place di Sorrentino o Rispet di Cecilia Bozza Wolf) e musica (dai Coldplay a Madame) hanno rappresentato la vergogna quale emozione che non cessa di provocarci e della quale cerchiamo oggi di cogliere i colori che assume.